The Red Wire: le rivoluzioni politiche e le destabilizzazioni economiche nell’era dei social media

Un movimento di protesta è in atto dall’inizio del mese per la destabilizzazione economica causata dai controlli valutari e di prezzo imposti dal presidente del Venezuela Nicolas Maduro. Il governo ha emesso un divieto per tutte le proteste in corso poiché sono diventate violente, come testimoniano i tre studenti uccisi e il numero dei feriti. Il leader dell’opposizione, l’ex sindaco di Harvard Leopoldo Lopez, ha  accusato  le milizie filo-governative.

Nonostante il divieto, le manifestazioni contro il governo sono continuate imperterrite. E nonostante la censura dei mezzi di comunicazione di massa – tutti i media locali sono di proprietà del governo – i venezuelani erano a conoscenza di ciò che stava accadendo nel paese, grazie ad un sistema di controinformazione che si è avvalso dei numerosi mezzi di comunicazione della tecnologia moderna. La situazione venezuelana è uno dei casi emblematici dell’instabilità politica vissuta in diversi altri paesi nell’era dei social media.

Iran

Sia Facebook che Twitter erano universalmente conosciuti nell’anno 2009, quando la ”Green Revolution” dell’Iran contro la linea dura adottata da Mahmoud Ahmadinejad, era cominciata. Il governo iraniano ha adottato un “damage-control mode” per sostenere il proprio presidente. L’azione ha avuto ripercussioni non solo sulle persone, ma anche sulla stampa internazionale. Sono stati arrestati giornalisti stranieri col divieto di lasciare i propri uffici.

In seguito, dopo che i sostenitori dell’opposizione, attraverso i social network, avevano lanciato attacchi contro le  DDoS sul sito web di Ahmadinejad, il governo ha risposto spegnendo a livello nazionale Internet prima di ripristinare un filtraggio pesante. Gli utenti iraniani di fronte alla censura governativa, hanno usato dei proxy alcuni dei quali sono stati forniti volontariamente dagli hacktivisti in Occidente

Mantenere l’accesso alla rete a fronte della censura del governo, ha permesso ai manifestanti di usare YouTube per fornire testimonianza degli eventi scioccanti durante le proteste, come quello della morte del ventiseenne Neda Agha-Soltan per mano di un miliziano filo-governativo, e di utilizzare Twitter e Facebook per amplificare la portata del loro giornalismo cittadino. (citizen journalism)

L’hard-liner di Ahmadinejad è riuscita a mantenere il potere, soprattutto perché l’utilità dell’organizzazione dei social media non è stata sostenuta da azioni su larga scala necessarie per rovesciare nella realtà un governo oppressivo. Tuttavia la “Green Revolution” ha spianato la strada, per l’ascesa avvenuta lo scorso anno, del relativamente moderato Hassan Rouhani.

L’Iran è stato messo in ginocchio dalle sanzioni internazionali e dal crollo del prezzo del petrolio. L a crisi emerge dai dati macro-economici: calo vertiginoso del prodotto interno lordo, drastica riduzione degli introiti petroliferi, tassi di inflazione altissimi e tagli di bilancio che hanno costretto il governo ad una politica di austerity in attesa di tempi migliori e nel ripristino dei rapporti internazionali.

La Primavera Araba

La cosiddetta ”Primavera Araba” ha avuto inizio in Tunisia nel dicembre 2010, durante le proteste scoppiate dopo l’auto-immolazione del venditore ambulante Mohamed Bouazizi. Il governo tunisino adottò seri provvedimenti nei confronti dei cittadini e in seguito tagliò l’accesso a Internet nel paese. Nonostante la censura Twitter riuscì a trovare un escamotage affinché i cittadini potessero organizzare le proteste, chiedendo donazioni di sangue e mettendo in guardia da eventuali snipers (cecchini).

Alla fine del gennaio 2011, il  Presidente Zine El Abidine Ben Ali ha lasciato il paese, cacciato dopo oltre 23 anni di potere. Molti rivoluzionari sono stati ben contenti di attribuirne il merito a Twitter.  Il presidente egiziano Hosni Mubarak ha adottato la stessa strategia contro i disordini scoppiati nel suo paese alla  fine di gennaio 2011 (in seguito alla situazione tunisina).

Il governo egiziano spense l’accesso ad Internet a livello nazionale e pose i servizi di messaggistica dei cellulari offline. Tuttavia con l’aiuto di alcuni attivisti esperti della Rete, la popolazione egiziana riuscì a mantenere i legami col mondo esterno e diffondere notizie dagli hotspot come Suez e Il Cairo.

“Usiamo Facebook per pianificare le proteste, Twitter per coordinare, e YouTube per parlare al mondo“, affermò uno degli hacker egiziani. La censura di Internet, da parte del governo, non ha aiutato Mubarak. Dopo due settimane e mezzo il presidente è stato costretto a dimettersi dalla carica che aveva occupato per più di 29 anni.

Parlare di bilanci economici per i Paesi Arabi è come un terno al lotto. Dai tempi del colonialismo queste terre ricche di petrolio e risorse minerarie sono state terre di conquista delle super-potenze mondiali. L’instabilità dei regimi e dei governi continuerà ancora per molto tempo ad alimentare le casse dei paesi ‘infiltrati’ e a scavare un gap profondo negli introiti delle classe sociali.

Ucraina: ad un passo dalla guerra civile

percorso più vicino alla Russia di Vladimir Putin, ha provocato un diffuso malcontento che ha portato ad un massiccio movimento di protesta pacifico su Facebook e Twitter, mantenuto vivace dagli sforzi dei volontari coordinati attraverso siti “crowdsourcing”. La rivoluzione auto-organizzata si è dimostrata efficace ed i manifestanti sono riusciti a occupare il centro della città di Kiev e sostenerlo con barricate giorno e notte.

Il governo di Yanukovych aveva risposto vietando la protesta, dopo di che, alcuni manifestanti ricevettero  SMS sui loro telefoni cellulari in cui c’era scritto: “Caro abbonato, sei stato  registrato come partecipante a un disturbo di massa”. Il sistema però non ha funzionato e non ha avuto grandi effetti sulla partecipazione alla protesta, tuttavia  l’impiego della polizia antisommossa ha portato violenze e numerose vittime.

Sei persone hanno perso la vita durante gli atti violenti che hanno avuto inizio il  21 Gennaio 2014, e più di 100 giornalisti sono rimasti feriti, così tanti che alcuni hanno cominciato a rimuovere dai propri giubbotti  il marchio “PRESS” per non essere presi di mira. Yanukovich continua a mantenere il potere per aver  fatto numerose concessioni all’opposizione, ma la guerra civile è ormai alle porte.

La diaspora aperta in Ucraina è figlia della ormai famigerata “Guerra del Gas” con la Russia. Il Paese si trova ormai ad un passo dal default, e senza le erogazioni finanziarie del Fondo monetario internazionale (Fmi) la situazione potrebbe ulteriormente precipitare nei prossimi messi.

E adesso il Venezuela

I social media hanno rivestito un ruolo importante per i manifestanti del Venezuela. Così come i loro predecessori, hanno fatto ricorso ai  mezzi di comunicazione online per auto-organizzarsi utilizzando “Zello”, un app walkie-talkie, che permette di condividere rapidamente informazioni su canali protetti da password. Secondo i racconti che circolano sul mainstream western news, il presidente Maduro sta cercando di manomettere i social media così come hanno fatto gli altri dittatori, rovesciati prima di lui.

Bloomberg ha riportato la notizia che Twitter stava accusando il governo Maduro il quale intendeva bloccare l’accesso in Venezuela delle immagini pubblicate in un servizio. Lo “state-run telecommunications regulator”, Cantv, ha negato con enfasi le accuse, affermando che vi erano problemi con le immagini anche in altri paesi.  La stampa internazionale ha messo in dubbio la negazione venezuelana e ha lasciato correre la storia di Twitter sulle censure del governo, non senza esitare, poiché vietare le proteste equivale a costruire un ponte nei confronti dell’ opposizione. Ma questa affermazione non sta conquistando tutti.

Justin Raimondo su antiwar.com ha scritto che ci sono un sacco di immagini che continuano a pervenire dal Venezuela su Twitter, indicando il twitter feed di un giornalista venezuelano e la testimonianza che non esistono  problemi con la censura su twitter. I suoi tentativi di raggiungere giornalisti e redattori sulla  storia di Bloomberg sono rimasti senza risposta.

Chiaramente non sarebbe un fatto senza precedenti quello secondo cui il presidente venezuelano abbia fatto tremare il “citizen journalism online” adottando una censura pesantissima. Inoltre non sarebbe senza precedenti per il governo americano, che Maduro crede così fermamente dietro alle proteste dell’opposizione che ha determinato l’espulsione di tre dei suoi diplomatici vi sia la mano degli Usa.

Le Nazioni oggi più influenti del Sudamerica sono nel mirino di una destabilizzazione manovrata dai poteri forti. Un’economia emergente, un paese in forte crescita come il Venezuela, tra l’altro uno dei più grossi estrattori di petrolio al mondo, fa paura ai competitors internazionali che vogliono mantenere il monopolio e l’egemonia sui mercati cercando di infiltrarsi nelle dinamiche politiche e gestionali di questi Paesi.